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Magna Grecia, un invito al viaggio

Un invito al viaggio

Indice
Un invito al viaggio
I primi insediamenti
Il Modello coloniale
La fondazione di Metaponto
La Fondazione di Siris
Luoghi di culto e abitazioni
La presenza di Roma
Riferimenti bibliografici
Tutte le pagine
Lucania , terra di boschi e magia, dove monti e mari si mescolano in un concerto di silenzi, odori, colori straordinari. Terra quasi incontaminata, sconosciuta al mondo nei suoi segreti più intimi e naturali, nei suoi spettacoli di “civiltà naturalizzata” che mantiene salda la tradizione di ogni singolo paese.

TestiAcqua. Mari solcati da immemorabili tempi. Aria. Venti che da sempre trasportano la testimonianza di lingue e culture arcaiche. Terra. La fecondità di un territorio che ha donato sempre frutti. Fuoco. Simbolo dell'arrivo di una nuova civiltà. Ogni elemento sottovoce ricorda un glorioso passato:


La Magna Grecia.

Dalla spiga, simbolo della colonia di Metaponto, fino ai nostri giorni, un’economia di tipo agricolo e una cultura che alla terra e ai suoi simboli si affida. La fascia ionica della regione è l’area a cui i coloni greci si rivolsero, attratti dalle ricchezze naturali dell’entroterra. Un territorio fertile attraversato da 5 corsi d’acqua: Bradano, Basento, Cavone, Agri e Sinni che si riversano nelle acque del Mediterraneo.

Magna Grecia: un invito al viaggio


Durante il IV millennio a.C. la costa ionica della Basilicata è interessata da nuovi modelli socio-economici espressione delle prime società agricole del Neolitico. Si verifica la nascita di villaggi formati da capanne costruite con pali di legno e materiale vegetale rivestito da intonaco argilloso. I siti neoliticidi Contrada Petrulla (Policoro), Cetrangolo (Montalbano Jonico), San Salvatore, Pizzica-Pantanello, Saldone, Tavole Palatine (Metaponto-Bernalda) si dispongono lungo i primi rilievi costieri, in vicinanza di corsi d’acqua e terreni favorevoli all’agricoltura.

La fabbricazione di vasi in argilla è dettata dalla necessità di contenere e conservare i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame. Recipienti di grandi dimensioni, sono utilizzati per la conservazione di alimenti solidi, come il grano e l’orzo, e liquidi, come il latte e l’acqua.

Durante l’età del Bronzo le popolazioni indigene erano saldamente insediate nelle zone interne; occupavano alture pianeggianti che costituivano delle difese naturali su cui era possibile svolgere attività agricole; da qui potevano controllare la costa e sfruttare i corsi fluviali come vie interne di comunicazione; questa particolare posizione territoriale favoriva i contatti con le più avanzate aree esterne del Mediterraneo.

In questa fase insediativa alcuni siti hanno un ruolo centrale nel controllo territoriale. Fino al periodo finale dell’età del Bronzo, siti come Anglona situato in posizione dominante su una collina tra i fiumi Agri e Sinni, Termitito su uno dei terrazzi sulla destra del fiume Cavone o San Vito di Pisticci conservano un ruolo economico e politico predominante sugli insediamenti minori. Si può supporre che avessero una complessa struttura organizzativa interna, che svolgessero una vivace attività commerciale confermata dall’eterogeneità dei reperti rinvenuti e che fosse diffusa la coltivazione di ulivo e vite oltre alla pratica della cerealicoltura. Ornamenti ed armi di metallo cominciano a circolare in modo consistente, talvolta in associazione con le ceramiche anche tra ambiti socio-culturali differenti e geograficamente distanti.

Questa situazione muta in modo drastico durante le fasi finali dell’età del Bronzo. Si osserva un modo nuovo di occupare il territorio: gli insediamenti dell’entroterra vengono abbandonati a favore di abitati su pianori costieri che sebbene non garantiscano una difesa naturale permettono comunque di mantenere il controllo sulle valli fluviali.

Gli insediamenti, infatti, sono legati topograficamente sia alle grandi vallate fluviali, quali importanti vie di comunicazione che collegano la costa ionica con l’area apulo-materana e l’area tirrenico-campana, sia agli altri insediamenti dell’area ionica. Un ruolo importante, a tal proposito, era svolto dai tratturi con andamento parallelo alla costa, come quello c.d. preistorico che da Taranto giungeva nella Valle del Crati, attraversando le Tavole Palatine, San Basilio, Acinapura, Cisterna, Murge di Santa Caterina, Montesoprano, Amendolara

In questa nuova fase assumono importanza gli abitati indigeni sulle colline pianeggianti di Valle Sorigliano, tra Anglona e Policoro, e di San Teodoro_Incoronata di Pisticci, sulla destra del fiume Basento da cui domina la valle. Tra la fine dell’VIII ed il VII sec. a.C. quest’ultimo abitato è interessato da una graduale trasformazione determinata da nuovi contatti commerciali e dall’arrivo di elementi greci.

Riconducibili allo stesso periodo sono i resti di un insediamento trovati nei pressi dell’attuale Policoro; anche in questo caso sembrano testimoniare una presenza greca, di tipo ionico, antecedente la colonizzazione della Siritide; presenza che nel corso del VII secolo si sarebbe trasformata in una polis identificata con Siris-Polieion. Il modello insediativo di questi siti è costituito da piccoli nuclei di artigiani e commercianti greci che operano in territorio indigeno e che si integrano nelle comunità locali. Presso questi siti si provvedeva alla raccolta e alla distribuzione di merci di origine greca e di manufatti prodotti in loco.

Gli abitati sono costituiti da gruppi di capanne infossate nel terreno, generalmente, a pianta ellittica o circolare con struttura lignea rivestita da intonaco argilloso (c.d. Incannucciata), come testimoniato nei siti dell’Incoronata - San Teodoro, di Tursi e di Santa Maria di Anglona. All’interno delle capanne spesso sono presenti delle fosse di servizio, utilizzate per l’alloggio dei grandi contenitori d’argilla (pithoi) utilizzati per la conservazione delle derrate alimentari.


Lentamente si afferma il modello coloniale; un modello che oltre alla fondazione della polis, comporta l'occupazione e il controllo del territorio con la credibile cacciata degli indigeni verso l’entroterra. Si verrà così a determinare una netta contrapposizione economica e culturale che il tempo renderà sempre più evidente tra la fascia costiera occupata intensamente dai greci (paralìa), e l’entroterra lasciato all’occupazione indigena (mesogaia).

La fondazione di una colonia richiedeva una buona conoscenza dei luoghi e un’attenta organizzazione logistica. Esigenze di tipo economico e produttivo spingevano spesso i coloni a ricercare luoghi che avessero caratteristiche climatiche simili a quelle della loro terra d’origine per potervi impiantare le stesse colture. Con accurate indagini paleobotaniche è stata provata la presenza della fava (Vicia faba), alimento importante nella dieta alimentare, prodotta prevalentemente negli orti domestici, e la veccia (Vicia), forse cibo per animali

Compaiono inoltre l’uva e l’orzo, mentre l’assenza dell’ulivo è spiegata, al momento, con l’esiguità dei campioni a disposizione. Contesti leggermente più tardi, rispetto alle fasi iniziali d’impianto della colonia, hanno restituito uva, grano con la buccia, orzo e veccia

Nella seconda metà del VII secolo a.C. coloni greci provenienti dall’Acaia e dalle regioni settentrionali del Peloponneso, fondano una nuova città tra le foci dei fiumi Bradano e Basento, su sollecitazione dei Sibariti, preoccupati della possibile espansione di Taranto nel golfo ionico.


La fondazione di Metaponto avvenne intorno al 630 a.C. ad opera di coloni Achei; in queste terre i coloni trovarono condizioni climatiche ottimali, ampi terreni coltivabili, terre fertili e produttive, boschi che fornivano legname in abbondanza, corsi d’acqua e la possibilità di usare vie commerciali e di comunicazione sia interne che marittime.

Il primo atto costitutivo della colonia consistette nel definire l’area urbana e nell’occupare stabilmente il territorio circostante; attenzione particolare venne rivolta all’area destinata alle coltivazioni per la quale occorreva definire modalità che permettessero il sostentamento dei coloni attraverso lo sfruttamento delle zone coltivabili. Lo spazio urbano fu individuato in un’ampia superficie tra il mare e i due fiumi Bradano e Basento, furono definite due macroaree con funzioni differenti: una dedicata alle attività pubbliche e l’altra alla residenzialità ed alle lavorazioni artigianali.

Suddivisero poi il territorio circostante la polis (chora) in 2 principali aree funzionali: una che comprendeva le zone incolte destinate all’uso collettivo (koinè chora), una suddivisa in proprietà agricole destinate ai coloni che le avrebbero abitate (idìa chora). Al suo interno trovano significativa ubicazione i santuari (ierà chora) extraurbani. La zona coltivata fu infatti divisa in piccoli lotti regolari in cui i coloni edificarono la propria fattoria e vi si stabilirono. Sono state individuate più di 1.000 fattorie che circondavano la città e fornivano il necessario per il sostentamento dell’intera comunità locale e per l’esportazione. Tra le produzioni più importanti sono da ricordare i cereali, in particolare grano e orzo, il vino, oltre ai frutti di stagione. Un ruolo significativo nella dieta alimentare è ovviamente svolto dalle carni e dai derivati del latte, provenienti dall’allevamento del bestiame. I limiti fisici della colonia erano definiti dagli abitati indigeni presenti sulle prime colline dell’interno, quali Pisticci, Montescaglioso, Pomarico, Montalbano. I coloni attuarono poi una prima definizione degli assi stradali e realizzarono canali di bonifica e di irrigazione.

La progettazione e la realizzazione di una fitta rete di canali viene tutt’oggi considerata una delle opere più importanti realizzate dai greci sia per le qualità ingegneristiche dell’opera che per gli effetti benefici che ebbe sul territorio. I canali vennero interamente scavati e manutenuti in modo da assicurare un costante flusso dell’acqua e da evitare fenomeni di erosione e accumulo di detriti sul fondo. L’intera rete si sviluppava dall’attuale Bernalda fino alla costa ed era tanto fitta da arrivare fin quasi all’odierna città di Pisticci, per una lunghezza totale di 1650 Km di canali scavati. Parti di essi hanno dimensioni molto grandi ed è tutt’ora possibile ammirarli [uno largo circa 8 metri, completamente scavato nella roccia e abbastanza profondo].


Diversa è la vicenda che intorno al 650 a.C ha determinato la colonizzazione di Siris, presso la foce del fiume Sinni, ad opera di coloni ionici. Secondo la tradizione letteraria in questo luogo, già abitato da genti ioniche, si sarebbero riversati cittadini Ioni di Colofone in fuga. Questo episodio caratterizzerebbe l’esperienza coloniale di Siris; infatti con ogni probabilità venne qui a stanziarsi una parte consistente di popolazione con una propria struttura sociale e una definita organizzazione politica. Questo avvenimento nella tradizione letteraria assume caratteristiche cruente, ai colofoni viene infatti attribuita l’uccisione dei precedenti abitanti del luogo; inoltre fonti archeologiche testimoniano l’estinzione in questo stesso periodo dell’insediamento indigeno di Anglona; che per le proprie caratteristiche rappresentava un punto nevralgico per il controllo delle valli lungo i fiumi del Sinni e dell’Agri.

Lo stanziamento di un gruppo di coloni ionici determinò una cesura in un’area sotto controllo acheo; da una parte c’era infatti Metaponto e dall’altra la colonia di Sibari. Questa situazione fu risolta con la forza dalle colonie achee che distrussero Siris e ne occuparono il territorio intorno al 570-560 a.C.

A seguito della distruzione anche di Sibari avvenuta nel 510 a.C. il territorio posto tra i fiumi Agri e Sinni fu a lungo conteso tra le altre città italiote. Nel 433 a.C. si giunse finalmente alla fondazione di una nuova colonia che prese il nome di Herakleia sulla destra del fiume Agri vicino la costa. La colonia in un primo momento era comune ai Thurini e ai Tarantini i due maggiori contendenti, e venne creata dove era Siris; per volontà dei tarantini poi i coloni furono trasferiti ad Herakleia, ed il sito precedente sul fiume Sinni fu utilizzato come porto della nuova colonia. I risultati che emergono dagli scavi lasciano supporre che questo territorio sia stato occupato con una certa continuità dal periodo compreso tra la conquista achea di Siris e la fondazione della nuova colonia.

Un vero e organico sviluppo urbano Herakleia lo ebbe solo a partire dal 370 a.C. quando divenne sede della Lega Italiota; da questo momento in poi la colonia si mostra sempre molto attiva sul piano culturale ed economico e gli sviluppi nell’edilizia urbana e religiosa lo dimostrano.

È possibile individuare tre settori che presentano soluzioni urbanistiche e funzionali differenti che sembrano sfruttare le caratteristiche morfologiche di ciascun sito: la collina del Castello identificata come acropoli anche se non presenta le caratteristiche tipiche di centro politico e religioso essendo per lo più caratterizzata da nuclei abitativi con soluzioni del tipo fornace-abitazione-isolato [si tratta di un elemento che contrappone Herakleia a Metaponto dove queste attività erano concentrate in specifici rioni e non venivano svolte all’interno dell’abitato] e da un esiguo numero di edifici pubblici.

Al contrario, la vallata mediana ricca di acqua e di vegetazione e pertanto poco adattabile ad insediamenti abitativi, era la zona dedicata alla funzione pubblica e al culto; gli scavi infatti, hanno portato alla luce edifici destinati a tali funzioni e hanno individuato differenti aree di culto. La terza parte è costituita dalla terrazza meridionale; è questa l’unica parte dell’antica Herakleia occupata dalla città moderna; si tratta della zona con la più scarsa documentazione archeologica. Alcuni indizi inducono a pensare che in questa zona fosse ubicato un quartiere di vasai.

Due limiti naturali all’estensione della chora di Herakleia potrebbero essere facilmente individuati nei fiumi Sinni e Cavone. Un documento epigrafico importante che fornisce molte informazioni circa la gestione e l’organizzazione dello spazio agricolo è costituito dalle Tavole di Eraclea;

Le cosiddette Tavole di Heracleia, lunga iscrizione in bronzo innalzata dai cittadini riuniti in assemblea, è un documento epigrafico di eccezionale importanza, vera e propria miniera di informazioni su aspetti del paesaggio agrario antico.

Il lotto di terra (kleros) dalla forma rettangolare è attribuito al colono-cittadino per diventare capo-famiglia autonomo. L’aggiunta di nuovi coloni alla realtà della polis si riflette sul paesaggio agrario che subisce modifiche per la messa a coltura di nuovi terreni (eschatiai), utilizzati in precedenza per la raccolta di legname e per il pascolo.


I santuari rurali, distribuiti nei punti strategici della chora, in corrispondenza di risorse idriche o in connessione a segmenti di viabilità, questi luoghi di culto sono dedicati principalmente a divinità femminili del mondo agricolo, che rimandano ai concetti di fertilità e rinascita, come Artemide, Hera, Demetra e Persefone. Ne sono testimonianza i siti di San Biagio, Pantanello, Sant’Angelo Vecchio, Incoronata, luoghi “politici” di incontro e di mediazione oltre che sedi di culti religiosi.

La fattoria rappresenta l’unità minima di questo sistema di occupazione del territorio. Piccoli impianti rurali autonomi sono distribuiti più o meno uniformemente sulle terrazze marine e lungo le valli dei fiumi e dei loro affluenti. Sono testimoniate a partire dalla fine del VII secolo a.C., ma diventano un fenomeno diffusissimo soprattutto nel IV secolo a.C. Nella zona centrale questi insediamenti comunicano con il centro urbano di Metaponto attraverso una rete di strade parallele e canali.

Le abitazioni sono generalmente modeste strutture con ampio spazio dedicato alla produzione agricola. Sono costruite in mattoni crudi impostati su zoccolature di pietra per proteggere i muri dall’umidità del terreno. I tetti sono prevalentemente coperti di tegole poggiate su travature lignee.

È possibile che i greci, insediandosi nella fertile pianura di Metaponto, abbiano portato in Occidente modelli agricoli e abitudini alimentari della madrepatria, anche con l’intento di ricreare una ambiente familiare, discostandosi per alcuni aspetti precedenti forme locali di sfruttamento del territorio.

Il Santuario rurale di Pantanello, dove il deposito archeologico ha conservato un vasto campione di resti paleobotanici e di pollini, fornisce un’ampia documentazione in tal senso. Una cospicua parte di essa si riferisce ai cereali, per i quali è stato possibile identificare quattro specie: farro, frumento, orzo, panico.

Il cereale più importante per i coloni greci è l’orzo, come risulta anche dalle Tavole di Heraclea. Esso viene indicato anche come il mezzo di pagamento in natura per l’affitto del terreno. Il suo valore di mezzo di scambio è talmente forte da far decidere di apporre l’immagine di una spiga di orzo sulle monete di Metaponto. Il fico, l’olivo e la vite sono le tre principali piante da frutto coltivate nel territorio di Metaponto dai coloni greci. I fichi sono considerati frutti sacri e sono presenti in molte celebrazioni di feste legate alla primavera e alla produzione agricola. La vite e le scene di vendemmia nelle raffigurazioni del mondo greco sono associate al culto di Dioniso. Al dio, spesso rappresentato sui grandi crateri figurati o nelle riproduzioni plastiche in cortei con menadi e satiri e in scene di banchetto, sono dedicate numerose ricorrenze religiose legate ai cicli agrari della vite e alla produzione del vino.


Agli inizi del III secolo a.C. Roma fa sentire la sua presenza. Nel 280 a.C. nel territorio di Herakleia si svolse la battaglia tra l’esercito romano e Pirro, da cui quest’ultimo uscì vincitore anche se a costo di numeroso perdite; la guerra volse però in favore dei romani e Pirro e i suoi furono successivamente sconfitti.Nel II secolo a.C., a seguito dell’esito della guerra annibalica, la situazione economica e demografica si presenta in grande trasformazione. Metaponto cessa di esistere come comunità autonoma, e viene probabilmente amministrata come parte di una praefectura romana. L’insediamento continua ad essere frequentato esclusivamente all’interno dell’area fortificata, nota come Castrum, mentre il resto della città mostra i segni di un completo abbandono. Buona parte del territorio agricolo viene confiscata e trasformata in ager publicus romanus. Sorgono importanti complessi agricoli a Termitito, Montalbano e a Pizzica-Pantanello. Cambia in maniera sostanziale il modo di abitare e sfruttare la campagna, precedentemente popolata in modo capillare. Si abbandona il vecchio sistema di divisione sviluppatosi nel periodo coloniale, che prevedeva la presenza di numerosi contadini residenti su un lotto di terreno di cui erano proprietari e che amministravano con una conduzione di tipo familiare. La fattoria greca, di piccole e medie dimensioni, viene sostituita dalla villa rustica, a volte di dimensioni considerevoli, dotata di una pars domestica, residenza dei proprietari, e una pars rustica, destinata alle diverse attività produttive connesse all’agricoltura e all’allevamento.

Di Metaponto verrà a perdersi anche il nome e al suo posto comparirà il toponimo Turris Ostium (che corrisponde alla denominazione medievale di Torre a Mare) che identifica questo luogo per la sua funzione portuale. Invece Herakleia passò dalla parte dei romani ed ebbe in questo modo la possibilità di stipulare con Roma un’alleanza a lei favorevole che manterrà anche in seguito preferendola alla cittadinanza romana; e quindi anche se perse il suo ruolo come centro della lega italica, continuò ad espandersi e a curare il proprio territorio e la propria economia .La guerra sociale, tra il 91 e l’89 a.C., segna l’inizio di una crisi diffusa che investe l’intero territorio per lungo tempo. Tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., in epoca augustea, il territorio metapontino sembra mostrare i segni di una parziale ripresa con la costruzione sul territorio di ville e grandi fattorie e con alcuni interventi di edilizia pubblica all’interno dell’area del Castro.

A differenza di altre realtà urbane, come Grumentum e Venosa, Metaponto, ed Heraclea non ebbero alcun ruolo politico ed economico significativo in età imperiale romana. La crisi iniziata con la guerra sociale fu, per molti aspetti lenta ed irreversibile.Nelle immediate vicinanze delle fattorie vi erano fornaci ed officine che provvedevano alla produzione dei prodotti artigianali o alla lavorazione di quelli agricoli.

L’impoverimento delle risorse produttive e il diffondersi della malaria provocano la riduzione del numero e delle dimensioni degli insediamenti, nonché, talvolta, la loro totale scomparsa, e lo spostamento dei nuclei abitativi superstiti in posizioni elevate, riproponendo un modello insediamentale “arrocato” e di difesa, già noto in quest’area nell’età del bronzo e nella prima età del ferro, ossia prima della colonizzazione greca di VIII secolo. L’economia resta povera e l’unica vera fonte di sopravvivenza è data dalle attività agro-pastorali.

Con l’arrivo dei Longobardi e dei Bizantini, il frazionamento insediamentale ed economico non viene meno, ma viene rafforzato da esigenze difensive ed amministrative del territorio, che determinano una organizzazione topografico a “maglia stretta”, con la creazione di città fortificate, castra, castelli e torri.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C., la Basilicata attraversa un periodo di grave crisi socio-economica. Saccheggiata e depredata da orde barbariche, mostra i segni di una graduale ripresa solo a partire dal VI secolo, con la diffusione del monachesimo di matrice greco-bizantina. Le caratteristiche geomorfologiche ed idriche della piana costiera, unitamente all’abbandono del territorio e all’affermazione del latifondo, provocano nel corso dei secoli un progressivo deterioramento dell’ambiente. Mutano il clima e il manto vegetazionale. Alla cerealicoltura si sostituisce spesso il pascolo e si diffonde il fenomeno malarico, che rende inabitabile la pianura fino alla riappropriazione da parte dell’uomo moderno. Nasce dunque non solo l’esigenza di prosciugare ma soprattutto la necessità di eliminare le cause che provocano l’impaludamento e l’abbandono.

Nel 1951 nel Metapontino si avvia una politica di esproprio e assegnazione delle terre, e i poderi con le prime case coloniche diventano una realtà diffusa e significativa del nuovo paesaggio che si sta creando.



Riferimenti bibliografici

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  • J.C. Carter: Agricoltura e pastorizia in Magna Grecia (tra Bradano e Basento), in Magna Grecia. Lo sviluppo politico, sociale ed economico, Milano 1987
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  • D. Adamesteanu, Le suddivisioni di terra nel metapontino, in M. I. Finley, “Problèmes de la terre en Grèce ancienne”, Paris 1973
  • D. Adamesteanu, Metaponto, Napoli 1973
  • G. Cetorelli Schivo, Cibi e sapori nella società romana
  • De Siena A., Il territorio di Metaponto, in "Problemi della 'chora' coloniale dall'Occidente al Mar Nero", in Atti XL ConvegnoTaranto, Napoli 2001, pp. 757-769.
  • De Siena A., Metaponto, Archeologia di una colonia greca, Taranto 2001
 

Informazioni per le visite

  • Indirizzo: Via Aristea, 21 Metaponto
  • Orari: Tutti i giorni dalle 09.00 alle 20.00 tranne il lunedì, dalle 14.00 alle 20.00
  • Contatti: 0835 745327
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